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Papale papale

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Rileggere il magistero dei Pontefici a partire da Pio XII. È il podcast “Papale papale”, a cura di Amedeo Lomonaco, Fabio Colagrande e Benedetta Capelli con la collaborazione dell'Archivio Editoriale Multimediale - Radio Vaticana. La copertina è stata...

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United States

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Rileggere il magistero dei Pontefici a partire da Pio XII. È il podcast “Papale papale”, a cura di Amedeo Lomonaco, Fabio Colagrande e Benedetta Capelli con la collaborazione dell'Archivio Editoriale Multimediale - Radio Vaticana. La copertina è stata realizzata da Mauro Pallotta, in arte "Maupal". On line anche su Spotify e ogni giorno in onda sulle frequenze della Radio Vaticana. - Podcast - Radio Vaticana - Vatican News

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Italian


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Papale papale - Il vocabolario dei Papi: tutti gli episodi

1/1/2025
L'elenco di tutte le parole del podcast con le voci dei Pontefici, da Pio XII a Francesco, tratte dall’archivio della Radio Vaticana

Duración:00:00:57

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Ep. 367 - Papale papale - "Incarnazione"

12/25/2024
Giovanni XXIII, Messaggio Urbi et Orbi 25 dicembre 1960 Il mistero della Messa è in qualche modo una rinnovazione del mistero di Betlemme, oltre che della Croce. Verbo Divino, apparve uomo e Salvatore da quando la Madre sua benedetta, adombrata dallo Spirito Santo, lo generò secondo l'annunzio angelico; ed apparendo oggi sotto le sacre specie su tutti gli altari del mondo, vero Dio e vero uomo, misticamente rinnova il prodigio come di una continuata Incarnazione, che sino alla fine dei tempi egli ci dona, cosicché fu chiamato « l'Emmanuele » Dio con noi. Giovanni Paolo II, discorso al sacro collegio dei cardinali 22 dicembre 1980 Non si tratta di una commemorazione, sia pur pia e incantevole; non si tratta della rievocazione di un mito. Dopo 2000 anni di cristianesimo, e quasi alla soglia del terzo millennio della nostra era, la Chiesa ricorda al mondo, fermamente e gioiosamente, che questa elevazione non è solo un enunciato teorico, ma continua, è in atto, è in mezzo a noi. La liturgia ci ripresenta nella realtà misteriosa del rito l’evento che ci accingiamo a rivivere; e la Chiesa prolunga nel tempo e nella storia l’opera di Cristo, ne attualizza la incarnazione nelle diverse contingenze storiche del “kairós” che essa è chiamata a vivere, insieme con l’umanità, insieme con i popoli di tutto il mondo Benedetto XVI, udienza generale 5 gennaio 2011 Lo stesso presepio, quale immagine dell’incarnazione del Verbo, alla luce del racconto evangelico, allude già alla Pasqua ed è interessante vedere come in alcune icone della Natività nella tradizione orientale, Gesù Bambino venga rappresentato avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia che ha la forma di un sepolcro; un’allusione al momento in cui Egli verrà deposto dalla croce, avvolto in un lenzuolo e messo in un sepolcro scavato nella roccia (cfr Lc 2,7; 23,53). Incarnazione e Pasqua non stanno una accanto all’altra, ma sono i due punti chiave inseparabili dell’unica fede in Gesù Cristo, il Figlio di Dio Incarnato e Redentore. Croce e Risurrezione presuppongono l’Incarnazione. Solo perché veramente il Figlio, e in Lui Dio stesso, “è disceso” e “si è fatto carne”, morte e risurrezione di Gesù sono eventi che risultano a noi contemporanei e ci riguardano, ci strappano dalla morte e ci aprono ad un futuro in cui questa “carne”, l’esistenza terrena e transitoria, entrerà nell’eternità di Dio. Francesco, Angelus 22 agosto 2021 E l’incarnazione di Dio è ciò che suscita scandalo e che rappresenta per quella gente – ma spesso anche per noi – un ostacolo. Infatti, Gesù afferma che il vero pane della salvezza, che trasmette la vita eterna, è la sua stessa carne; che per entrare in comunione con Dio, prima di osservare delle leggi o soddisfare dei precetti religiosi, occorre vivere una relazione reale e concreta con Lui. Perché la salvezza è venuta da Lui, nella sua incarnazione. Questo significa che non bisogna inseguire Dio in sogni e immagini di grandezza e di potenza, ma bisogna riconoscerlo nell’umanità di Gesù e, di conseguenza, in quella dei fratelli e delle sorelle che incontriamo sulla strada della vita. Dio si è fatto carne. E quando noi diciamo questo, nel Credo, il giorno del Natale, il giorno dell’annunciazione, ci inginocchiamo per adorare questo mistero dell’incarnazione. Dio si è fatto carne e sangue.

Duración:00:08:48

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Ep. 366 - Papale papale - "Giubileo"

12/24/2024
Francesco, Santa Messa nella solennità dei Santi apostoli Pietro e Paolo 29 giugno 2024 Il Giubileo sarà un tempo di grazia nel quale apriremo la Porta Santa, perché tutti possano varcare la soglia di quel santuario vivente che è Gesù e, in Lui, vivere l’esperienza dell’amore di Dio che rinvigorisce la speranza e rinnova la gioia. E anche nella storia di Pietro e di Paolo ci sono delle porte che si aprono. (...) È Dio che apre le porte, è Lui che libera e spiana la strada. A Pietro (...) Gesù aveva affidato le chiavi del Regno; ma egli fa esperienza che, ad aprire le porte, è per primo il Signore, Lui sempre ci precede. Ed è curioso un fatto: le porte del carcere si sono aperte per la forza del Signore, ma Pietro poi farà fatica ad entrare nella casa della comunità cristiana: colei che va alla porta, pensa che sia un fantasma e non gli apre (cfr At 12,12-17). Quante volte le comunità non imparano questa saggezza di aprire le porte! Benedetto XVI, visita alla Basilica di San Paolo fuori le mura 25 aprile 2005 All’inizio del terzo millennio, la Chiesa sente con rinnovata vivezza che il mandato missionario di Cristo è più che mai attuale. Il Grande Giubileo del Duemila l’ha condotta a “ripartire da Cristo”, contemplato nella preghiera, perché la luce della sua verità sia irradiata a tutti gli uomini, anzitutto con la testimonianza della santità. Mi è caro qui ricordare il motto che san Benedetto pose nella sua Regola, esortando i suoi monaci a “nulla assolutamente anteporre all’amore di Cristo” (cap. 4). In effetti, la vocazione sulla via di Damasco portò Paolo proprio a questo: a fare di Cristo il centro della sua vita, lasciando tutto per la sublimità della conoscenza di lui e del suo mistero d’amore, ed impegnandosi poi ad annunciarlo a tutti, specialmente ai pagani, “a gloria del suo nome” (Rm 1,5). Giovanni Paolo II, saluto ai fedeli prima della Messa per il Giubileo delle famiglie 25 marzo 1984 “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te!”. Le parole rivolte dall’angelo Gabriele alla Vergine santa nel giorno dell’Annunciazione mi salgono spontaneamente alle labbra all’inizio di questa liturgia, nella quale ci è data la gioia di avere con noi l’immagine venerata della Madonna di Fatima. A lei va il primo pensiero dell’anima, a lei il primo, grato sentimento del cuore. (...) Il mio saluto si rivolge, altresì, con intenso affetto ai pellegrini convenuti nello scenario maestoso di piazza San Pietro per celebrare il Giubileo delle famiglie. La presenza dell’immagine di Maria, sposa e madre, conferisce a questa celebrazione un tono particolarmente caldo, crea un’atmosfera familiare. Sotto il suo sguardo materno ci sentiamo davvero tutti come “in famiglia”. Paolo VI, Angelus 14 dicembre 1975 Noi vorremmo (...) ora invitare a non perdere la felice opportunità di varcare le soglie della casa di Dio, cioè d'entrare nell'ambito della bontà divina, quale la fede ci offre e la Chiesa ci predica. «Compelle intrare», forzali ad entrare, dice una parola del Vangelo (Luc. 14, 23). È la pressione della salvezza; è l'urgenza della carità, che ci spinge a questo insistente invito, rivolto specialmente ai lontani, agli apatici, ai dubbiosi: «fate il Giubileo»! Voi, Romani, specialmente! Molti vengono dall'oriente e dall'occidente, e voi, figli del regno, volete rimanere fuori dal vostro preferenziale destino d'essere qui, a Roma, di Roma? Pensate: nulla è più discordante dallo spirito romano, che l'incomprensione della sua universale e trascendente, eterna vocazione! E poi: ciò che forse fa ostacolo dentro di voi a compiere questo profondo atto di religione è proprio ciò che più logicamente lo reclama! E infine: è così facile, così liberatore, così serio questo atto religioso del Giubileo che non dovreste avere timore a compierlo semplicemente, cordialmente! Qualcuno che vi guida e vi accompagna certo lo potete trovare!

Duración:00:09:48

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Ep. 365 - Papale papale - "Consolazione"

12/23/2024
Francesco, udienza generale 23 novembre 2022 Che cos’è la consolazione spirituale? È un’esperienza di gioia interiore, che consente di vedere la presenza di Dio in tutte le cose; essa rafforza la fede e la speranza, e anche la capacità di fare il bene. La persona che vive la consolazione non si arrende di fronte alle difficoltà, perché sperimenta una pace più forte della prova. Si tratta dunque di un grande dono per la vita spirituale e per la vita nel suo insieme. E vivere questa gioia interiore. La consolazione è un movimento intimo, che tocca il profondo di noi stessi. Non è appariscente ma è soave, delicata, come una goccia d’acqua su una spugna (cfr S. Ignazio di L., Esercizi spirituali, 335): la persona si sente avvolta dalla presenza di Dio, in una maniera sempre rispettosa della propria libertà. Non è mai qualcosa di stonato che cerca di forzare la nostra volontà, non è neppure un’euforia passeggera: al contrario, come abbiamo visto, anche il dolore – ad esempio per i propri peccati – può diventare motivo di consolazione. Benedetto XVI, udienza generale 30 maggio 2012 L’invito è a vivere ogni situazione uniti a Cristo, che carica su di sé tutta la sofferenza e il peccato del mondo per portare luce, speranza, redenzione. E così Gesù ci rende capaci di consolare a nostra volta quelli che si trovano in ogni genere di afflizione. La profonda unione con Cristo nella preghiera, la fiducia nella sua presenza, conducono alla disponibilità a condividere le sofferenze e le afflizioni dei fratelli. Scrive Paolo: «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non frema?» (2Cor 11,29). Questa condivisione non nasce da una semplice benevolenza, né solo dalla generosità umana o dallo spirito di altruismo, bensì scaturisce dalla consolazione del Signore, dal sostegno incrollabile della «straordinaria potenza che viene da Dio e non da noi» (2Cor 4,7). Cari fratelli e sorelle, la nostra vita e il nostro cammino sono segnati spesso da difficoltà, da incomprensioni, da sofferenze. Tutti lo sappiamo. Nel rapporto fedele con il Signore, nella preghiera costante, quotidiana, possiamo anche noi, concretamente, sentire la consolazione che viene da Dio. Pio XII, radiomessaggio ai popoli 24 dicembre 1943 Un cristiano, che si alimenta e vive della fede in Cristo, nella certezza che Egli solo è la via, la verità e la vita, reca la sua parte delle sofferenze e dei disagi del mondo al presepio del Figlio di Dio, e trova dinanzi al neogenito Bambino una consolazione e un sostegno ignoto al mondo, che gli dà animo e forza a resistere e mantenersi imperterrito, senza accasciarsi o venir meno in mezzo alle prove più tormentose e gravi. È triste e doloroso, diletti figli, il pensare che innumerevoli uomini, pur sentendo, nella ricerca di una felicita che li appaghi in questa vita, l'amarezza di fallaci illusioni e penose delusioni, si siano preclusi la via ad ogni speranza, e lontani come vivono dalla fede cristiana, non sappiano rintracciare il cammino verso il presepio e verso quella consolazione, che fa sovrabbondare di gaudio gli eroi della fede in ogni loro tribolazione. Paolo VI, Angelus 13 febbraio 1966 Noi penseremo ancora alla fame del mondo, e pregheremo per quelli che soffrono la fame, e per quelli che si mostrano sensibili e benefici verso questa calamità. Specialmente, sì, per coloro che hanno risposto all’appello dei grandi Promotori di soccorso e al Nostro. Questa rispondenza è una delle cose più belle che avvengono intorno a noi e nel nostro tempo; dobbiamo goderne, per l’onore dell’umanità e per il conforto alla nostra fede cristiana, che ha l’intelligenza più viva e più attiva dei bisogni altrui. È questa una grande consolazione per Noi. I fanciulli Ci hanno ascoltato e Ci scrivono. Ascoltate questa letterina; è come un fiore che lasciamo cadere dalla Nostra finestra domenicale: «Caro Santo Padre, il papà ci ha detto della povera situazione degli indiani e che Tu hai spiegato che non si può essere buoni cristiani se...

Duración:00:09:36

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Ep. 364 - Papale papale - "Oriente"

12/22/2024
Giovanni XXIII, radiomessaggio Urbi et Orbi 21 aprile 1962 Questa santa notte di vigilia rinnova, ancora una volta, a beneficio e a letizia delle anime, i riti liturgici secondo le più antiche tradizioni dell'Oriente e dell'Occidente. Da tempo Noi conoscevamo la poesia di questa vigilia pasquale. Nei primi, ornai lontani, dieci anni del Nostro ministero di rappresentante Pontificio nei paesi Balcanici, e precisamente in Bulgaria, regione così ricca di antichissime memorie religiose, e il cui ricordo è sempre commozione del Nostro cuore per le tante e amabili persone che vi abbiamo incontrate e che ancor rammentiamo, la Nostra dimora era così vicina alla chiesa principale di Sofia da poter seguire a breve distanza lo staccarsi dal tempio della prima fiamma dell'annuncio della Risurrezione e seguirla poi nel suo corso notturno svegliante chiarori ed esultanze nei punti principali del suo rapido tragitto, a Pleven, a Sumens, a Varna, salutata dappertutto dal Kristos vos-Kreche — Na Istina vos-Krese — Christus resurreait, che faceva sussultare le pendici del gran Balcano. Paolo VI, Angelus 16 luglio 1967 Vada quest'oggi il Nostro ricordo all’Oriente, all’Oriente cristiano dapprima, al quale, com’è noto, Ci proponiamo, se Dio Ce lo concede, di fare prossimamente una visita: di culto a quei luoghi sacri per le molte memorie tanto legati alla storia della Chiesa, di onore alle Autorità civili e religiose, e fra queste principalmente al Patriarca Atenagora, di speranza per il ristabilimento graduale della piena comunione di fede e di carità con quelle Chiese tuttora da noi divise. Poi il pensiero va alle Nazioni dell’Oriente vicino e lontano, dove ancora i contrasti ed i conflitti sono così tesi, così gravi e così pericolosi per la pace di quei Popoli, e, si può dire, di tutto il mondo. L’Oriente, simbolo per noi della Luce divina che sorge sul mondo, abbia i nostri voti e le nostre preghiere. Benedetto XVI, visita alla Congregazione per le Chiese orientali 9 giugno 2007 La Chiesa universale trova nel patrimonio delle origini la capacità di parlare anche all’uomo contemporaneo in modo unanime e convincente: “Le parole dell’Occidente hanno bisogno delle parole dell’Oriente perché la Parola di Dio manifesti sempre meglio le sue insondabili ricchezze” (Orientale lumen, 28). E’ il Concilio Ecumenico Vaticano II a desiderare che le Chiese Orientali “fioriscano e assolvano con rinnovato vigore apostolico la missione loro affidata […] di promuovere l’unità di tutti i cristiani, specialmente orientali, secondo il decreto sull’ecumenismo […], in primo luogo con la preghiera, l’esempio della vita, la scrupolosa fedeltà alle antiche tradizioni orientali, la mutua e più profonda conoscenza, la collaborazione e la fraterna stima delle cose e degli animi”. Francesco, incontro con i Patriarchi delle Chiese orientali 21 novembre 2013 Il nostro radunarci mi offre l’occasione di rinnovare la grande stima per il patrimonio spirituale dell’Oriente cristiano, e richiamo quanto l’amato Benedetto XVI afferma circa la figura del Capo di una Chiesa nell’Esortazione post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente: voi siete – cito – «i custodi vigilanti della comunione e i servitori dell’unità ecclesiale» (n. 40). Tale unità, che siete chiamati a realizzare nelle vostre Chiese, rispondendo al dono dello Spirito, trova naturale e piena espressione nell’ «unione indefettibile con il Vescovo di Roma» (ibid.), radicata nella ecclesiastica communio, che avete ricevuto all’indomani della vostra elezione. Essere inseriti nella comunione dell’intero Corpo di Cristo ci rende consapevoli del dovere di rafforzare l’unione e la solidarietà in seno ai vari Sinodi patriarcali, «privilegiando sempre la concertazione su questioni di grande importanza per la Chiesa in vista di un’azione collegiale e unitaria» (ibid.). Perché la nostra testimonianza sia credibile, siamo chiamati a ricercare sempre «la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza e la mitezza».

Duración:00:09:20

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Ep. 363- Papale papale - "Occidente"

12/21/2024
Benedetto XVI, udienza generale 5 marzo 2008 Leone era originario della Tuscia. Divenne diacono della Chiesa di Roma intorno all’anno 430, e col tempo acquistò in essa una posizione di grande rilievo. Questo ruolo di spicco indusse nel 440 Galla Placidia, che in quel momento reggeva l’Impero d’Occidente, a inviarlo in Gallia per sanare una difficile situazione. (...) Quelli in cui visse Papa Leone erano tempi molto difficili: il ripetersi delle invasioni barbariche, il progressivo indebolirsi in Occidente dell’autorità imperiale e una lunga crisi sociale avevano imposto al Vescovo di Roma – come sarebbe accaduto con evidenza ancora maggiore un secolo e mezzo più tardi, durante il pontificato di Gregorio Magno – di assumere un ruolo rilevante anche nelle vicende civili e politiche. Ciò non mancò, ovviamente, di accrescere l’importanza e il prestigio della Sede romana. Celebre è rimasto soprattutto un episodio della vita di Leone. Esso risale al 452, quando il Papa a Mantova, insieme a una delegazione romana, incontrò Attila, capo degli Unni, e lo dissuase dal proseguire la guerra d’invasione con la quale già aveva devastato le regioni nordorientali dell’Italia. E così salvò il resto della Penisola. Giovanni XXIII, radiomessaggio per la solennità della Pasqua di Risurrezione 28 marzo 1959 Il Nostro cuore non sa trattenere un palpito di più ardente tenerezza per i figli di un popolo forte e buono, che incontrammo lungo il Nostro cammino, e con cui dividemmo la vita degli anni Nostri più vigorosi — dal 1925 al 1934 — al di là e al di qua del gran Bàlcano, in un esercizio di ministero spirituale, ispirato a scambievole sentimento di rispetto e di cristiana fraternità? Amiamo ricordare con sempre viva affezione quella brava gente laboriosa, onesta e sincera, la loro bella capitale Sofia, che Ci riconduce all'antica Sardica dei primi secoli cristiani : e alle epoche nobili e gloriose della loro storia. Da molti anni ormai la visione di quel caro paese si è allontanata dai Nostri occhi: ma tutte quelle amabili conoscenze di persone e di famiglie restano vive nel Nostro cuore, e nella Nostra quotidiana preghiera. Al ricordo dei Bulgari, in questa Pasqua del Signore, la prima del Nostro Pontificato, piace associare nel Nostro augurio e nel Nostro saluto benedicente quanti altri successivamente incontrammo sulle vie del prossimo Oriente, e dell'Occidente ancora, Turchi, Greci, e Francesi. tutti egualmente amabili verso la Nostra umile persona, tutti egualmente diletti nella luce e nell'amore di Cristo. Francesco, Messa nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio 1 gennaio 2014 Ricordiamo quel grande momento della storia della Chiesa antica che è stato il Concilio di Efeso, nel quale fu autorevolmente definita la divina maternità della Vergine. La verità sulla divina maternità di Maria trovò eco a Roma dove, poco dopo, fu costruita la Basilica di Santa Maria Maggiore, primo santuario mariano di Roma e dell’intero Occidente, nel quale si venera l’immagine della Madre di Dio - la Theotokos - con il titolo di Salus populi romani. Si racconta che gli abitanti di Efeso, durante il Concilio, si radunassero ai lati della porta della basilica dove si riunivano i Vescovi e gridassero: «Madre di Dio!». I fedeli, chiedendo di definire ufficialmente questo titolo della Madonna, dimostravano di riconoscerne la divina maternità. È l’atteggiamento spontaneo e sincero dei figli, che conoscono bene la loro Madre, perché la amano con immensa tenerezza. Giovanni Paolo II, discorso ai Provinciali della Compagnia di Gesù, 27 febbraio 1982 La visione di sant’Ignazio si apri ad orizzonti ancora più vasti, tanto quanto era vasto il mondo, che in seguito alle recenti scoperte geografiche aveva preso più ampie dimensioni. È l’anelito di Cristo, che vibrava nel cuore del Santo, e nel cuore di quanti, condividendo il suo spirito, si offrirono interamente a “nostro Signore, re eterno”, la cui “volontà è di conquistare tutto il mondo” (S. Ignazio di Loyola,...

Duración:00:09:52

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Ep. 362 - Papale papale - "Tradizione"

12/20/2024
Benedetto XVI, udienza generale 3 maggio 2006 La Tradizione è il fiume della vita nuova che viene dalle origini, da Cristo fino a noi, e ci coinvolge nella storia di Dio con l’umanità. Questo tema della Tradizione è così importante che vorrei ancora oggi soffermarmi su di esso: è infatti di grande rilievo per la vita della Chiesa. Il Concilio Vaticano II ha rilevato, al riguardo, che la Tradizione è apostolica anzitutto nelle sue origini: “Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta la rivelazione del sommo Dio (cfr 2 Cor 1,20 e 3,16-4,6), ordinò agli Apostoli di predicare a tutti, comunicando loro i doni divini, il Vangelo come fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale”. Paolo VI, Angelus 24 agosto 1975 E primo tonificante pensiero dev'essere rivolto al patrimonio sano, ricco, fecondo della nostra tradizione cristiana e civile, patrimonio che basta amarlo per viverlo e per sentirne la virtù rigeneratrice: la verità, l'onestà, la libertà, l'ordine, l'amore sociale, lo spirito di servizio, di coraggio, di solidarietà civile, di sacrificio per il bene del proprio Paese. Ciò che le voci sconfortanti e parziali della opinione pubblica dicono non è tutto; esse non dicono il meglio della nostra società, dove ancora la giustizia, il progresso culturale e sociale, il senso e il bisogno della solidarietà nazionale e internazionale hanno fortunatamente il sopravvento. Poi c'è la fede, per noi che abbiamo la fortuna d'essere credenti, che può restaurare la fiducia, e moltiplicare le nostre energie per dare un volto nuovo e lieto e forte alla nostra generazione. Coraggio, ci vuole. Giovanni Paolo II, visita pastorale a Brescia, discorso ai giovani 26 settembre 1982 Papa Paolo ricavò un principio di vita che mi piace qui richiamare. Parlando ai sacerdoti di questa diocesi, egli disse un giorno: “Dalla misura del tempo passato trae la sua ragion d’essere ed il pio segreto della sua bellezza, il culto che dobbiamo alla tradizione. Alla tradizione, nel suo significato solenne e teologico, di trasmissione della Parola di Dio . . . ed alla tradizione nel suo significato più modesto e assai meno impegnativo, che possiamo chiamare storia locale, tesoro pur esso prezioso, quando ci porta quanto di buono l’esperienza, la saggezza, il carattere peculiare d’una gente lasciano in eredità di generazione in generazione, non come peso da portare e freno da tollerare . . . ma come fascio di luce che proietta i suoi raggi sui sentieri futuri e stimola i passi a più franco cammino” (Insegnamenti di Paolo VI, VIII [1970]). È un insegnamento di enorme portata. Io desidero riproporlo oggi a voi, miei cari giovani, con la medesima energia con cui Paolo VI lo espresse in quella circostanza. E aggiungo: siate degni della vostra nobile e ricca tradizione. Francesco, discorso ai membri della Pontificia Commissione biblica 12 aprile 2013 Esiste un’inscindibile unità tra Sacra Scrittura e Tradizione, poiché entrambe provengono da una stessa fonte: «La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dalla stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti, la Sacra Scrittura è Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l'ispirazione dello Spirito Santo; invece la sacra Tradizione trasmette integralmente la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo modo la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di riverenza».

Duración:00:09:31

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Ep. 361 - Papale papale - "Sapienza"

12/19/2024
Francesco, udienza generale 9 aprile 2014 I doni dello Spirito Santo sono: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Il primo dono dello Spirito Santo, secondo questo elenco, è dunque la sapienza. Ma non si tratta semplicemente della saggezza umana, che è frutto della conoscenza e dell’esperienza. Nella Bibbia si racconta che a Salomone, nel momento della sua incoronazione a re d’Israele, aveva chiesto il dono della sapienza (cfr 1 Re 3,9). E la sapienza è proprio questo: è la grazia di poter vedere ogni cosa con gli occhi di Dio. E’ semplicemente questo: è vedere il mondo, vedere le situazioni, le congiunture, i problemi, tutto, con gli occhi di Dio. Questa è la sapienza. Alcune volte noi vediamo le cose secondo il nostro piacere o secondo la situazione del nostro cuore, con amore o con odio, con invidia… No, questo non è l’occhio di Dio. La sapienza è quello che fa lo Spirito Santo in noi affinché noi vediamo tutte le cose con gli occhi di Dio. E’ questo il dono della sapienza. Paolo VI, Angelus 1 novembre 1971 Le grandi questioni circa la nostra esistenza, circa il nostro unico e composito essere umano, ritornano alla coscienza con la pressione della loro inevitabile gravità. Ad una di queste tormentose questioni, la prima, ricordiamo, Fratelli, che noi possiamo e dobbiamo dare una formidabile e sicura risposta: la nostra anima è immortale. La morte, nel suo senso di distruzione totale, di ritorno al nulla, per l’uomo non esiste. Noi vivremo sempre, anche dopo questo disfacimento della nostra vita presente; il nostro spirito sopravvive; e un giorno, l’ultimo e definitivo, per divina virtù, esso ridarà di nuovo animazione alle ceneri disperse del nostro corpo: noi risorgeremo. Questa è la verità, questa è la sapienza della vita... Giovanni Paolo II, udienza generale 22 aprile 1987 Sotto l’influsso della tradizione liturgica e profetica il tema della sapienza si arricchisce di un singolare approfondimento giungendo a permeare tutta quanta la Rivelazione. Dopo l’esilio infatti, si comprende sempre più chiaramente che la sapienza umana è un riflesso della sapienza divina, che Dio “ha diffuso su tutte le sue opere, su ogni mortale, secondo la sua generosità” (Sir 1, 7-8). Il momento più alto dell’elargizione della sapienza avviene con la rivelazione al popolo eletto, al quale il Signore fa conoscere la sua parola (Dt 30, 14). Anzi la sapienza divina, conosciuta nella forma più piena di cui l’uomo è capace, è la Rivelazione stessa, la “Torah”, “il libro dell’alleanza del Dio altissimo” (Sir 24, 22). La sapienza divina appare, in questo contesto, come il disegno misterioso di Dio che è all’origine della creazione e della salvezza. Essa è la luce che tutto illumina, la parola che rivela, la forza d’amore che congiunge Dio alla sua creazione e al suo popolo. Benedetto XVI, Angelus 20 settembre 2009 E come Dio dal quale proviene, la sapienza non ha bisogno di imporsi con la forza, perché detiene il vigore invincibile della verità e dell’amore, che si afferma da sé. Perciò è pacifica, mite e arrendevole; non usa parzialità, né tanto meno ricorre a bugie; è indulgente e generosa, si riconosce dai frutti di bene che suscita in abbondanza. Perché non fermarsi a contemplare ogni tanto la bellezza di questa sapienza? Perché non attingere dalla fonte incontaminata dell’amore di Dio la sapienza del cuore, che ci disintossica dalle scorie della menzogna e dell’egoismo? Questo vale per tutti, ma, in primo luogo, per chi è chiamato ad essere promotore e “tessitore” di pace nelle comunità religiose e civili, nei rapporti sociali e politici e nelle relazioni internazionali. Ai nostri giorni, forse anche per certe dinamiche proprie delle società di massa, si constata non di rado un carente rispetto della verità e della parola data, insieme ad una diffusa tendenza all’aggressività, all’odio e alla vendetta. “Per coloro che fanno opera di pace – scrive san Giacomo – viene seminato nella pace un frutto di giustizia”...

Duración:00:09:24

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Ep. 360 - Papale papale - "Follia"

12/18/2024
Benedetto XVI, udienza generale 27 gennaio 2010 Il 27 gennaio 1945, venivano aperti i cancelli del campo di concentramento nazista della città polacca di Oświęcim, nota con il nome tedesco di Auschwitz, e vennero liberati i pochi superstiti. Tale evento e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono al mondo l'orrore di crimini di inaudita efferatezza, commessi nei campi di sterminio creati dalla Germania nazista. Oggi, si celebra il “Giorno della memoria”, in ricordo di tutte le vittime di quei crimini, specialmente dell’annientamento pianificato degli Ebrei, e in onore di quanti, a rischio della propria vita, hanno protetto i perseguitati, opponendosi alla follia omicida. Con animo commosso pensiamo alle innumerevoli vittime di un cieco odio razziale e religioso, che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte in quei luoghi aberranti e disumani. La memoria di tali fatti, in particolare del dramma della Shoah che ha colpito il popolo ebraico, susciti un sempre più convinto rispetto della dignità di ogni persona, perché tutti gli uomini si percepiscano una sola grande famiglia. Dio onnipotente illumini i cuori e le menti, affinché non si ripetano. Francesco, viaggio apostolico in Slovacchia, incontro con la comunità ebraica 13 settembre 2021 Qui c’era una sinagoga, proprio accanto alla Cattedrale dell’Incoronazione. L’architettura, come è stato detto, esprimeva la pacifica convivenza delle due comunità, simbolo raro e di grande portata evocativa, segno stupendo di unità nel nome del Dio dei nostri padri. Qui avverto anch’io il bisogno, come tanti di loro, di “togliermi i sandali”, perché mi trovo in un luogo benedetto dalla fraternità degli uomini nel nome dell’Altissimo. In seguito, però, il nome di Dio è stato disonorato: nella follia dell’odio, durante la seconda guerra mondiale, più di centomila ebrei slovacchi furono uccisi. E quando poi si vollero cancellare le tracce della comunità, qui la sinagoga fu demolita. Sta scritto: «Non pronuncerai invano il nome del Signore» (Es 20,7). Il nome divino, cioè la sua stessa realtà personale, è nominata invano quando si viola la dignità unica e irripetibile dell’uomo, creato a sua immagine. Qui il nome di Dio è stato disonorato, perché la blasfemia peggiore che gli si può arrecare è quella di usarlo per i propri scopi, anziché per rispettare e amare gli altri. Giovanni XXIII, discorso ai fedeli presso la Basilica inferiore di San Francesco d’Aassisi 4 ottobre 1962 Quarantaquattro furono gli anni della vita terrena di Francesco : la prima parte, circa metà, fu occupata nella ricerca del bene, come è comunemente concepito, e senza venirne a capo, per un non so che di disgusto che rendeva inquieto il figliolo di messer Bernardone. Ma l'altra parte della vita, fu data ad una avventura, che sembrò follia, ed era invece l'inizio di una missione e di una gloria imperiture. Questa missione e gloria Ci ispirano un voto che deponiamo qui per Assisi, per l'Italia, per tutte le Nazioni. Città santa di Assisi, tu sei rinomata in tutto il mondo per il solo fatto di aver dato i natali al Poverello, al Santo tuo, tutto serafico in ardore. Giovanni Paolo II, visita al Sacrario delle Fosse Ardeatine 21 marzo 1982 Sono venuto per ascoltare, insieme con voi, le parole, forti e chiare, degli scomparsi, vittime della logica irrazionale e dissennata della barbarie omicida. Qui, dove la violenza si è scatenata in smisurata follia, essi invitano tutti alla solidarietà, alla comprensione, e ci assicurano che la vittoria definitiva sarà quella dell’amore, e non quella dell’odio; essi ci avvertono che quando si nega e si offende Dio, si nega e si offende anche l’uomo, abbassandolo a strumento dei propri capricci, delle proprie ideologie, dei propri progetti di potenza e di sopruso; essi chiedono che il loro dolore non sia stato inutile per la società umana, e che Roma, l’Italia, l’Europa, il mondo vivano nella giustizia, nella concordia, nella pace, nel vicendevole rispetto dei diritti....

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Ep. 359 - Papale papale - "Sogno"

12/17/2024
Giovanni Paolo II, discorso ai giovani delegati del Movimento Studenti di Azione Cattolica, 25 febbraio 1984 Se avrete fede, carissimi giovani, voi saprete convincere chi vi sta accanto che sperare non è indulgere all’illusione di un sogno; ma che al contrario è il mezzo per trasformare un sogno in realtà. Il sogno è un mondo affratellato in lieta e operosa concordia. La realtà è la famiglia che Cristo ogni giorno costruisce intorno alla mensa eucaristica, sulla quale rinnova il suo sacrificio redentore. Di questa realtà siate i testimoni in ogni ambiente, e specialmente in quello della scuola; sarete uomini e donne di speranza per il futuro di questo mondo, che Cristo ha amato fino a versare per esso il suo sangue. Vi sono vicino con la mia preghiera e con la mia benedizione. Benedetto XVI, visita a Loreto veglia di preghiera con i giovani 1 settembre 2007 Nel più intimo del cuore ogni ragazzo e ogni ragazza, che si affaccia alla vita, coltiva il sogno di un amore che dia senso pieno al proprio avvenire. Per molti questo trova compimento nella scelta del matrimonio e nella formazione di una famiglia dove l’amore tra un uomo e una donna sia vissuto come dono reciproco e fedele, come dono definitivo, suggellato dal "sì" pronunciato davanti a Dio nel giorno del matrimonio, un "sì" per tutta l’esistenza. So bene che questo sogno è oggi sempre meno facile da realizzare. Attorno a noi quanti fallimenti dell’amore! Quante coppie chinano la testa, si arrendono e si separano! Quante famiglie vanno in frantumi! Quanti ragazzi, anche tra voi, hanno visto la separazione e il divorzio dei loro genitori! A chi si trova in così delicate e complesse situazioni vorrei dire questa sera: la Madre di Dio, la Comunità dei credenti, il Papa vi sono accanto e pregano perché la crisi che segna le famiglie del nostro tempo non diventi un fallimento irreversibile. Paolo VI, Angelus 2 luglio 1972 La pace è e dev'essere possibile, con le tante arti di cui l'umanità civile è capace, ma soprattutto con il principio primo e universale che Gesù Cristo ci ha insegnato e reso operante, il principio dell'amore fra gli uomini, derivato dall'amore di Dio a noi e di noi a Dio. Bisogno di pace vuol dire bisogno di amore. Amore che supera gli egoismi delle vedute e degli interessi particolari; amore che sa perdonare ed estinguere lo spirito di vendetta, innovando così rapporti irriducibili di odio e di gelosia; amore che sa dare, oltre il merito altrui e il profitto proprio; amore che trova maggior gaudio nella concordia che nella sopraffazione; amore che da religioso sa diventare saggiamente politico. Se questo è sogno ingenuo e pericoloso, noi non ci diremo illusi, ma idealisti e profetici, e non ci stancheremo di sperare e di lavorare per la pace nell'amore. La Regina della pace ci assista. Francesco, veglia di preghiera con i giovani, 11 agosto 2018 I sogni vanno fatti crescere, vanno purificati, messi alla prova e vanno anche condivisi. Ma vi siete mai chiesti da dove vengono i vostri sogni? I miei sogni, da dove vengono? Sono nati guardando la televisione? Ascoltando un amico? Sognando ad occhi aperti? Sono sogni grandi oppure sogni piccoli, miseri, che si accontentano del meno possibile? I sogni della comodità, i sogni del solo benessere: “No, no, io sto bene così, non vado più avanti”. Ma questi sogni ti faranno morire, nella vita! Faranno che la tua vita non sia una cosa grande! I sogni della tranquillità, i sogni che addormentano i giovani e che fanno di un giovane coraggioso un giovane da divano. E’ triste vedere i giovani sul divano, guardando come passa la vita davanti a loro. I giovani – l’ho detto altre volte – senza sogni, che vanno in pensione a 20, 22 anni: ma che cosa brutta, un giovane in pensione! Invece, il giovane che sogna cose grandi va avanti, non va in pensione presto.

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Ep. 358 - Papale papale - "Fiducia"

12/16/2024
Giovanni XXIII, radiomessaggio natalizio 22 dicembre 1960 San Matteo, il primo degli Evangelisti, ci racconta di Gesù che nel vespero di una giornata faticosa si raccolse solo sul monte a pregare. La barca dei suoi, rimasta sul lago, era agitata dai venti, e a notte Gesù discese leggero sulle onde, e ad alta voce disse: — Abbiate fiducia, e non temete poiché sono io. — Signore, se sei tu, disse Pietro, fa che io possa arrivare a te sulle acque. — E Gesù gli disse: Vieni. E Pietro, sceso dalla barca, si volle accostare al Divino Maestro. Ma per la violenza del vento prese paura, e, cominciando a sommergersi, gridò: Signore, salvami! — Gesù gli stese subito la mano, lo afferrò e gli disse: Uomo di poca fede, perchè hai dubitato: modicae fidei, quare dubitasti? — E quando furono tutti riuniti sulla barca, il vento cessò Paolo VI, Angelus 18 giugno 1978 Tempi forti noi viviamo a giudicare dalle vicende della vita pubblica, che presenta problemi nuovi e gravi nello svolgimento all’apparenza normale delle sue vicende, ma molte di esse segnate dai sintomi della instabilità e dalla incertezza. Ma così è la vita presente. Vi è chi si adatta senza reagire, badando ai propri interessi particolari. Noi cristiani, invece? Noi non dobbiamo perdere il senso del tempo, e cioè conservare nella successione degli avvenimenti, dapprima, la fiducia; la fiducia nella simultanea assistenza dell’azione provvida e buona della Provvidenza, che vigila sulle nostre cose, e sa trarre da ogni situazione conseguenze propizie al nostro bene superiore. Avere cioè un ottimismo galleggiante sulle onde, spesso tempestose della nostra immediata e anche non lieta esperienza. «Dio, ammonisce S. Paolo, non permetterà che siamo tribolati oltre le nostre possibilità» (1 Cor. 10, 13). Giovanni Paolo II, visita pastorale a Terni incontro con sacerdoti e religiosi 19 marzo 1981 Amatissimi sacerdoti e religiosi, vorrei dirvi tante altre cose e vorrei ascoltare da ciascuno di voi le ansie più personali, ma non mi è consentito di prolungare troppo questo incontro. Termino col rinnovare la mia grande fiducia in voi, e con l’esortarvi a porre fiducia in Colui che “conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome” (Sal 147,4), e che ha pronunciato il vostro nome chiamandovi fin dal seno materno (cf. Is 49,1). La nostra fiducia si fonda radicalmente in questo “amore preferenziale e consacratorio di Dio”, che non abbandona anzitutto coloro che, chiamati a partecipare al sacerdozio del Figlio suo, si rivolgono a Lui con confidenza. Proprio per questo, san Paolo ci ricorda che in tutte le tribolazioni “noi siamo più che vincitori, per virtù di Colui che ci ha amati” (Rm 8,37). Concludo con l’esortazione dell’autore dell’Epistola agli Ebrei: “Non abbandonate la vostra fiducia, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa”. Francesco, Angelus 19 novembre 2023 Fratelli e sorelle, questo è il bivio che abbiamo davanti a Dio: paura o fiducia. O tu hai paura davanti a Dio o tu hai fiducia nel Signore. E noi, come i protagonisti della parabola,– tutti noi – abbiamo ricevuto dei talenti, tutti, ben più preziosi del denaro. Ma molto di come li investiamo dipende dalla fiducia nei confronti del Signore, che ci libera il cuore, ci fa essere attivi e creativi nel bene. Non dimenticare questo: la fiducia libera, sempre, la paura paralizza. Ricordiamo: la paura paralizza, la fiducia libera. Questo vale anche nell’educazione dei figli. E chiediamoci: credo che Dio è Padre e mi affida dei doni perché si fida di me? E io, confido in Lui al punto di mettermi in gioco senza scoraggiarmi, anche quando i risultati non sono certi né scontati? So dire ogni giorno nella preghiera: “Signore, io confido in te, dammi la forza di andare avanti; mi fido di te, delle cose che tu mi hai dato; fammi sapere come portarle avanti”. Infine, anche come Chiesa: coltiviamo nei nostri ambienti un clima di...

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Ep. 357 - Papale papale - "Conclave"

12/15/2024
Pio XII, discorso in onore di Papa Pio X, 3 giugno 1951 Quanto a Noi, che eravamo allora agli inizi del Nostro sacerdozio, già al servizio della Santa Sede, non potremo mai dimenticare la intensa Nostra commozione, quando, nel meriggio di quel 4 agosto 1903, dalla Loggia della Basilica Vaticana la voce del Cardinale Primo Diacono annunziò alla moltitudine che quel Conclave — così notevole per tanti aspetti! — aveva portato la sua scelta sul Patriarca di Venezia, Giuseppe Sarto. Fu allora pronunziato per la prima volta al cospetto del mondo il nome di Pio X. Che cosa doveva significare questo nome per il Papato, per la Chiesa, per l'umanità? Mentre oggi, dopo quasi mezzo secolo, Noi ripassiamo in spirito il succedersi dei gravi e complessi avvenimenti che lo hanno riempito, la Nostra fronte s'inchina e le Nostre ginocchia si piegano in ammirata adorazione dei consigli divini, il cui mistero lentamente si svela ai poveri occhi umani, man mano che si compie nel corso della storia. Paolo VI, discorso ai rappresentanti della Stampa 29 giugno 1963 L’altro avvenimento (...) è il recente Conclave, dal quale Noi siamo usciti curvi sotto il peso delle chiavi di Pietro, e del quale voi vi preparate a dare, divulgando la grande cerimonia conclusiva di domani, notizie, impressioni, presagi e commenti. Dovremmo Noi attenuare l’espressione della Nostra riconoscenza per quel po’ di fantastico, di inesatto, d’inopportuno, che nella relazione e nella interpretazione di questo fatto, troppo relativo alla Nostra persona e troppo controllato dall’opinione pubblica, si è potuto talora riscontrare? Saremo indulgenti verso questi - ahimè! non insoliti - arbitri giornalistici, per fermare invece la sguardo sul complessivo valore del vostro servizio d’informazione; e avendolo visto, nel suo insieme, riguardoso e benevolo verso la Nostra umile persona, e serio e deferente verso la Santa Sede, gli daremo volentieri il premio del Nostro encomio e della Nostra gratitudine. Benedetto XVI, discorso ai cardinali 22 aprile 2005 Un grazie sentito non posso, inoltre, non rivolgere a quanti, con diverse mansioni, hanno cooperato all’organizzazione e allo svolgimento del Conclave, aiutando in molti modi i Cardinali a trascorrere nel modo più sicuro e tranquillo queste giornate cariche di responsabilità. Venerati Fratelli, a voi il mio più personale ringraziamento per la fiducia che avete riposto in me eleggendomi Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale. E’ un atto di fiducia che costituisce un incoraggiamento a intraprendere questa nuova missione con più serenità, perché sono persuaso di poter contare, oltre che sull’indispensabile aiuto di Dio, anche sulla vostra generosa collaborazione. Vi prego, non fatemi mai mancare questo vostro sostegno! Se da una parte mi sono presenti i limiti della mia persona e delle mie capacità, dall’altra so bene qual è la natura della missione che mi è affidata e che mi accingo a svolgere con atteggiamento di interiore dedizione. Francesco, udienza a tutti i cardinali 15 marzo 2013 Questo periodo dedicato al Conclave è stato carico di significato non solo per il Collegio Cardinalizio, ma anche per tutti i fedeli. In questi giorni abbiamo avvertito quasi sensibilmente l’affetto e la solidarietà della Chiesa universale, come anche l’attenzione di tante persone che, pur non condividendo la nostra fede, guardano con rispetto e ammirazione alla Chiesa e alla Santa Sede. Da ogni angolo della terra si è innalzata fervida e corale la preghiera del Popolo cristiano per il nuovo Papa, e carico di emozione è stato il mio primo incontro con la folla assiepata in Piazza San Pietro. Con quella suggestiva immagine del popolo orante e gioioso ancora impressa nella mia mente, desidero manifestare la mia sincera riconoscenza ai Vescovi, ai sacerdoti, alle persone consacrate, ai giovani, alle famiglie, agli anziani per la loro vicinanza spirituale, così toccante e fervorosa.

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Ep. 356 - Papale papale - "Ragazzi"

12/14/2024
Benedetto XVI visita pastorale all’arcidiocesi di Milano, incontro con i ragazzi e e le ragazze della Cresima, 2 giugno 2012 Cari ragazzi e ragazze, tutta la vita cristiana è un cammino, è come percorrere un sentiero che sale su un monte - quindi non è sempre facile, ma salire su un monte è una cosa bellissima - in compagnia di Gesù; con questi doni preziosi la vostra amicizia con Lui diventerà ancora più vera e più stretta. Essa si alimenta continuamente con il sacramento dell’Eucaristia, nel quale riceviamo il suo Corpo e il suo Sangue. Per questo vi invito a partecipare sempre con gioia e fedeltà alla Messa domenicale, quando tutta la comunità si riunisce insieme a pregare, ad ascoltare la Parola di Dio e prendere parte al Sacrificio eucaristico. E accostatevi anche al Sacramento della Penitenza, alla Confessione: è un incontro con Gesù che perdona i nostri peccati e ci aiuta a compiere il bene; ricevere il dono, ricominciare di nuovo è un grande dono nella vita, sapere che sono libero, che posso ricominciare, che tutto è perdonato. Non manchi poi la vostra preghiera personale di ogni giorno. Imparate a dialogare con il Signore, confidatevi con Lui, ditegli le gioie e le preoccupazioni, e chiedete luce e sostegno per il vostro cammino. Francesco, videomessaggio ai ragazzi in occasione del Giubileo dei ragazzi e delle ragazze 23 aprile 2016 Può succedere che, a volte, in famiglia, a scuola, in parrocchia, in palestra o nei luoghi di divertimento qualcuno ci possa fare dei torti e ci sentiamo offesi; oppure in qualche momento di nervosismo possiamo essere noi ad offendere gli altri. Non rimaniamo con il rancore o il desiderio di vendetta! Non serve a nulla: è un tarlo che ci mangia l’anima e non ci permette di essere felici. Perdoniamo! Perdoniamo e dimentichiamo il torto ricevuto, così possiamo comprendere l’insegnamento di Gesù ed essere suoi discepoli e testimoni di misericordia. Ragazzi, quante volte mi capita di dover telefonare a degli amici, però succede che non riesco a mettermi in contatto perché non c’è campo. Sono certo che capita anche a voi, che il cellulare in alcuni posti non prenda... Bene, ricordate che se nella vostra vita non c’è Gesù è come se non ci fosse campo! Non si riesce a parlare e ci si rinchiude in se stessi. Giovanni XXIII, radiomessaggio per i ragazzi ammalati 15 febbraio 1959 Come Gesù amava ed ama con preferenza speciale i piccoli, « perchè di essi è il Regno dei Cieli », così Noi intendiamo essere vicini, col Nostro paterno affetto, a tutti i cari ragazzi ai quali, nell'età rosea delle più belle speranze, già si è schiusa la dolorosa via della Croce. Assicuriamo pertanto a tutti cotesti diletti figli che la Nostra preghiera incessantemente sale al Signore, per chiedergli con immensa fiducia di ridonar loro presto la sospirata guarigione, la serenità e il conforto nella prova passeggera, la rassegnazione filiale ai suoi santi voleri. Al tempo stesso li invitiamo ad offrire le loro tribolazioni per la Santa Chiesa, per la conversione dei peccatori, per la duratura pace fra gli uomini, secondo le Nostre intenzioni. Così facendo, essi arricchiranno ognor più di meriti la loro vita, che è gradita al Signore come profumo di incenso. Paolo VI, discorso ai ragazzi dell’Azione Cattolica italiana, 20 maggio 1978 La pace rende i cristiani «capaci di lottare per la giustizia e di risolvere tante questioni con la generosità, anzi col genio dell’amore». Siate anche voi, ragazzi carissimi, artigiani di pace, voi che siete la speranza di un domani migliore, nella misura in cui già oggi vi impegnate per una vita non solo di rispetto, ma di autentica bontà verso tutti.

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Ep. 355 - Papale papale - "Occhi"

12/13/2024
Giovanni Paolo II, discorso ad un gruppo di ottici 14 dicembre 1980 L’occhio e la vista, infatti, sono beni così preziosi che il comune linguaggio popolare ne ha fatto quasi un termine di supremo paragone. La Sacra Scrittura, anzi, non esita a porlo come parametro per superiori considerazioni: “Lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6,22; cf. Lc 11,34). Vi sono addirittura passi biblici, nei quali agli occhi è conferita una luce profetica: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro” (Lc 10,23). Giovanni XXIII, Angelus 28 ottobre 1962 Cari figliuoli! La voce del Padre ama diffondere soavità e fiducia; e la sua parola ha vibrazioni più alte e penetranti quando gli occhi contemplano, come ora mi accade, la varietà e bellezza di una festosa corona di figli. Son quattro anni oggi, da quando alla bontà del Signore piacque di confidarmi la successione dell'Apostolo Pietro; e accendere più vivo nel mio animo l'amore per tutta la famiglia umana. Benedetto XVI, Santa Messa nella Cena del Signore 9 aprile 2009 Dall’introduzione alla Preghiera sacerdotale di Gesù (cfr Gv 17, 1), il Canone prende poi le parole: “Alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente…” Il Signore ci insegna ad alzare gli occhi e soprattutto il cuore. A sollevare lo sguardo, distogliendolo dalle cose del mondo, ad orientarci nella preghiera verso Dio e così a risollevarci. In un inno della preghiera delle ore chiediamo al Signore di custodire i nostri occhi, affinché non accolgano e non lascino entrare in noi le “vanitates” – le vanità, le nullità, ciò che è solo apparenza. Preghiamo che attraverso gli occhi non entri in noi il male, falsificando e sporcando così il nostro essere. Ma vogliamo pregare soprattutto per avere occhi che vedano tutto ciò che è vero, luminoso e buono; affinché diventiamo capaci di vedere la presenza di Dio nel mondo. Preghiamo, affinché guardiamo il mondo con occhi di amore, con gli occhi di Gesù, riconoscendo così i fratelli e le sorelle, che hanno bisogno di noi, che sono in attesa della nostra parola e della nostra azione. Francesco, Angelus 25 febbraio 2024 Ecco il messaggio: non staccare mai gli occhi dalla luce di Gesù. Un po’ come facevano in passato i contadini che, arando i campi, focalizzavano lo sguardo su un punto preciso davanti a sé e, tenendo gli occhi fissi sulla meta, tracciavano solchi diritti. Questo siamo chiamati a fare noi cristiani nel cammino della vita: tenere sempre davanti agli occhi il volto luminoso di Gesù, non staccare mai gli occhi da Gesù. Fratelli e sorelle, apriamoci alla luce di Gesù! Lui è amore, Lui è vita senza fine. Lungo i sentieri dell’esistenza, a volte tortuosi, cerchiamo il suo volto, pieno di misericordia, di fedeltà, di speranza. Ci aiutano a farlo la preghiera, l’ascolto della Parola, i Sacramenti: la preghiera, l’ascolto della Parola e i Sacramenti ci aiutano a tenere gli occhi fissi su Gesù. E questo è un buon proposito per la Quaresima: coltivare sguardi aperti, diventare “cercatori di luce”, cercatori della luce di Gesù nella preghiera e nelle persone. E allora chiediamoci: nel mio cammino, tengo gli occhi fissi su Cristo che mi accompagna?

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Ep. 354 - Papale papale - "Sole"

12/12/2024
Giovanni XXIII, Messaggio Urbi et Orbi 25 dicembre 1959 Noi ci sentiamo figli della luce: noi crediamo. Il Bambino, che vagisce nella culla di Betlem, irradiato dal volo fiammeggiante degli Angeli non è semplicemente il figlio di una donna elettissima, ma è il Figlio di Dio. È lui che « illumina ogni uomo, veniente in questo mondo »; il Sole di giustizia, davanti al quale si diradano le tenebre degli errori umani: è l'Annunziatore dei segreti nascosti da secoli in Dio; Lui il Redentore del mondo: il Datore della vita eterna. Natale per noi significa docilità alla verità della sua dottrina, alla pratica dell'amore, affinché « irradiati dalla nuova luce del Verbo incarnato, risplenda nelle nostre opere ciò che rifulge per la fede nella nostra mente ». Benedetto XVI, atto di venerazione all’Immacolata a piazza di Spagna 8 dicembre 2011 Sulla sommità della colonna a cui facciamo corona, Maria è raffigurata da una statua che in parte richiama il passo dell’Apocalisse appena proclamato: “Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” (Ap 12,1). Qual è il significato di questa immagine? Essa rappresenta nello stesso tempo la Madonna e la Chiesa. Anzitutto la “donna” dell’Apocalisse è Maria stessa. Ella appare “vestita di sole”, cioè vestita di Dio: la Vergine Maria infatti è tutta circondata dalla luce di Dio e vive in Dio. Questo simbolo della veste luminosa chiaramente esprime una condizione che riguarda tutto l’essere di Maria: Lei è la “piena di grazia”, ricolma dell’amore di Dio. E “Dio è luce”, dice ancora san Giovanni (1 Gv 1,5). Ecco allora che la “piena di grazia”, l’“Immacolata” riflette con tutta la sua persona la luce del “sole” che è Dio. Francesco, Angelus 22 marzo 2020 Il cieco risanato, che vede ormai sia con gli occhi del corpo sia con quelli dell’anima, è immagine di ogni battezzato, che immerso nella Grazia è stato strappato dalle tenebre e posto nella luce della fede. Ma non basta ricevere la luce, occorre diventare luce. Ognuno di noi è chiamato ad accogliere la luce divina per manifestarla con tutta la propria vita. I primi cristiani, i teologi dei primi secoli, dicevano che la comunità dei cristiani, cioè la Chiesa, è il “mistero della luna”, perché dava luce ma non era luce propria, era la luce che riceveva da Cristo. Anche noi dobbiamo essere “mistero della luna”: dare la luce ricevuta dal sole, che è Cristo, il Signore. Ce lo ricorda oggi San Paolo: «Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità» (Ef 5,8-9). Giovanni Paolo II, udienza generale 22 dicembre 1993 Natale, solennità liturgica che commemora la nascita del Divin Salvatore, ricolmando i nostri animi di gioia e pace. La data del 25 dicembre, com’è noto, è convenzionale. Nell’antichità pagana si festeggiava in quel giorno la nascita del “Sole Invitto”, in coincidenza col solstizio d’inverno. Ai cristiani apparve logico e naturale sostituire quella festa con la celebrazione dell’unico e vero Sole, Gesù Cristo, sorto sulla terra per recare agli uomini la luce della Verità. Da allora ogni anno, dopo l’intensa preparazione dell’Avvento e a conclusione della speciale Novena, i credenti commemorano l’evento dell’incarnazione del Figlio di Dio in un clima di particolare letizia. San Leone Magno – che fu Pontefice dal 440 al 461 – così esclamava in una delle sue numerose e magnifiche omelie natalizie: “Esultiamo nel Signore, o miei cari, ed apriamo il nostro cuore alla gioia più pura, perché è spuntato il giorno che per noi significa la nuova redenzione, l’antica preparazione, la felicità eterna...”.

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Ep. 353 - Papale papale - "Nuvole"

12/11/2024
Benedetto XVI, udienza generale 8 febbraio 2012 Nella tradizione biblica, il buio ha un significato ambivalente: è segno della presenza e dell’azione del male, ma anche di una misteriosa presenza e azione di Dio che è capace di vincere ogni tenebra. Nel Libro dell'Esodo, ad esempio, leggiamo: «Il Signore disse a Mosè: “Ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube”» (19,9); e ancora: «Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura dove era Dio» (20,21). E nei discorsi del Deuteronomio, Mosè racconta: «Il monte ardeva, con il fuoco che si innalzava fino alla sommità del cielo, fra tenebre, nuvole e oscurità» (4,11); voi «udiste la voce in mezzo alle tenebre, mentre il monte era tutto in fiamme» (5,23). Nella scena della crocifissione di Gesù le tenebre avvolgono la terra e sono tenebre di morte in cui il Figlio di Dio si immerge per portare la vita, con il suo atto di amore. Francesco, Angelus 24 dicembre 2023 Il Vangelo ci presenta la scena dell’Annunciazione (cfr Lc 1,26-38). L’angelo, per spiegare a Maria come concepirà Gesù, le dice: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra» (v. 35). Fermiamoci un po’ su questa immagine, l’ombra. In una terra come quella di Maria, perennemente assolata, una nuvola di passaggio, un albero che resiste alla siccità e offre riparo, una tenda ospitale portano sollievo e protezione. L’ombra è un dono che ristora, e l’angelo descrive proprio così il modo in cui lo Spirito Santo discende su Maria, il modo di fare di Dio: Dio sempre agisce come amore gentile che abbraccia, che feconda, che e custodisce, senza fare violenza, senza ferire la libertà. Così è il modo di agire di Dio. Paolo VI, Santa Messa dell’Ascensione del Signore 8 maggio 1975 Mistero dell'Ascensione... Ricordiamo la brevissima, ma sorprendente narrazione del fatto, quale ci è data da San Luca nel primo capitolo degli «Atti degli Apostoli», della quale abbiamo testé ascoltata la laconica, ma scultorea lettura: dopo l'ultimo saluto agli Apostoli, con la profetica promessa della missione dello Spirito Santo e della diffusione del Vangelo fra i popoli, Gesù, «mentre essi guardavano, si levò in alto e una nuvola lo nascose ai loro occhi» (Act. 1, 8-9). Primo aspetto dell'avvenimento, il solo sperimentale: Gesù si innalza, cioè si distacca dalla terra, e scompare, si nasconde: i nostri occhi bruceranno di insonne desiderio di rivederlo, di vederlo ancora; ma fino alla sua «parusia», cioè fino alla sua ultima e apocalittica apparizione, in un mondo totalmente diverso da quello nostro presente, non lo vedremo più! Giovanni Paolo II, Angelus durante la visita pastorale in Cadore 11 luglio 1993 Alla fine, un'altra parabola: c'è stata la nostra grande preghiera eucaristica, questo dialogo fra noi, povere creature, diventate figli di Dio in Cristo, e Lui stesso e il Padre. Ma sembrava che durante questo nostro grande dialogo eucaristico, si dialogasse anche in questo cielo, prima coperto dalle nuvole; e la pioggia sembrava dire: "Vi voglio guardare, vi voglio toccare, perché vi amo, gente di Cadore". Ma è intervenuto anche il sole e ha detto: "Fai presto, perché anch'io li amo. Li voglio guardare e toccare col mio calore". Così attraverso questi elementi stupendi della natura, l'acqua, la pioggia, il sole, il calore, noi ringraziamo ancora una volta il nostro Creatore, perché anche questi elementi contribuiscono alla bellezza del creato nel mondo intero.

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Ep. 352 - Papale papale - "Neve"

12/10/2024
Francesco, Solennità della Madonna della Neve, 5 agosto 2024 E allora suggerisco di lasciarsi guidare da due versetti del libro del Siracide che, a proposito della neve che Dio fa cadere dal cielo, dice così: «L’occhio ammira la bellezza del suo candore / e il cuore stupisce nel vederla fioccare» (Sir 43,18). Qui il sapiente evidenzia il duplice sentimento che il fenomeno naturale suscita nell’animo umano: ammirazione e stupore. Vedendo scendere la neve, “l’occhio ammira” e “il cuore stupisce”. E questo ci orienta nell’interpretazione del segno della nevicata: essa può essere intesa come simbolo della grazia, cioè di una realtà che unisce la bellezza e la gratuità. È qualcosa che non si può meritare, né tanto meno comprare, si può solo ricevere in dono, e come tale è anche del tutto imprevedibile, proprio come una nevicata a Roma in piena estate. La grazia suscita ammirazione e stupore. Non dimentichiamo queste due parole: capacità di ammirare e capacità di stupirsi. E queste due capacità non dobbiamo perderle, perché entrano nell’esperienza della nostra fede. Giovanni Paolo II, Santa Messa sull’Adamello 16 luglio 1988 Benedite, ghiacci e nevi, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli! Benedite, monti e colline, il Signore; Benedite, sorgenti, il Signore! (Dn 3, 70. 75). ...Grande gioia è per me poter elevare al Signore, insieme con voi, il cantico della lode e della riconoscenza qui vicino alla vetta dell’Adamello, di fronte ai maestosi ghiacciai del Pian di Neve. (...) Quante volte il bianco colore della neve si è tinto del rosso del sangue! Il nostro pensiero va a tutti coloro che sono caduti sull’Adamello, a tutte le vittime delle guerre passate e presenti, alle loro famiglie, ai loro ideali infranti, e mentre eleviamo per loro la nostra preghiera di suffragio, esprimiamo nuovamente il nostro anelito e la nostra invocazione alla pace, alla fraternità, alla concordia tra i popoli e le nazioni. In avvenire sia la pace a guidare il cammino dell’umanità. La pace maestosa di queste montagne è un invito ad un impegno a costruire e a consolidare una società libera dalla schiavitù della guerra e dell’odio. Benedetto XVI, discorso al termine di un concerto e della proiezione del film “Dal Cielo in Terra, Avvento e Natale nelle Prealpi bavaresi”, 2 dicembre 2011 Da noi, come è stato detto, l’Avvento è chiamato “tempo silenzioso” – “staade Zeit”. La natura fa una pausa; la terra è coperta dalla neve; non si può lavorare, nel mondo contadino, all’esterno; tutti sono necessariamente a casa. Il silenzio della casa diventa, per la fede, attesa del Signore, gioia della sua presenza. E così sono nate tutte queste melodie, tutte queste tradizioni che rendono un po’ – come è stato detto anche oggi – “il cielo presente sulla terra”. Tempo silenzioso, tempo di silenzio. Oggi l’Avvento è spesso proprio il contrario: tempo di una sfrenata attività, si compra, si vende, preparativi di Natale, dei grandi pranzi, eccetera. Così, anche da noi. Ma, come avete visto, le tradizioni popolari della fede non sono sparite, anzi, sono state rinnovate, approfondite, aggiornate. Paolo VI, udienza generale 28 agosto 1974 La vera religione, quale noi crediamo essere la nostra, non si può dire legittima, né efficace, se non è ortodossa, cioè derivata da un autentico ed univoco rapporto con Dio. Né un vago, e fosse anche commosso e sincero, sentimento religioso, né una libera ideologia spirituale costruita con autonome elaborazioni personali, né uno sforzo di elevare a livello religioso le pur nobili ed appassionate espressioni di sociologia lirica e morale di popoli interi, né le vivisezioni ermeneutiche rivolte ad attribuire al cristianesimo un’origine naturale o mitica, né ogni altra teoria o osservanza, che prescinda dalla voce infinitamente misteriosa ed estremamente chiara, risuonata sul monte della trasfigurazione e riferita a Gesù, raggiante come sole e candido come la neve: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale Io mi sono compiaciuto; Lui...

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Ep. 351 - Papale papale - "Preparazione"

12/9/2024
Paolo VI, udienza generale 4 dicembre 1974 Noi siamo nel periodo liturgico che precede la celebrazione del Natale, cioè della venuta del Salvatore nel mondo, della Incarnazione del Verbo di Dio, di Colui che avrà nome Gesù il Cristo, il Messia; siamo nel periodo chiamato Avvento, che significa aspettativa, preparazione, desiderio, speranza dell’arrivo nel mondo, nel tessuto storico del Popolo eletto e nel disegno universale dell’umanità di Colui verso il quale, per secoli ed in mezzo alle più tormentate esperienze, si è tesa l’ansia della salvezza, la visione del Re vincitore, dell’instauratore della giustizia e della pace. Benedetto XVI, Angelus 4 dicembre 2011 Questo periodo dell’anno liturgico mette in risalto le due figure che hanno avuto un ruolo preminente nella preparazione della venuta storica del Signore Gesù: la Vergine Maria e san Giovanni Battista. Proprio su quest’ultimo si concentra il testo odierno del Vangelo di Marco. Descrive infatti la personalità e la missione del Precursore di Cristo (cfr Mc 1,2-8). Incominciando dall’aspetto esterno, Giovanni viene presentato come una figura molto ascetica: vestito di pelle di cammello, si nutre di cavallette e miele selvatico, che trova nel deserto della Giudea (cfr Mc 1,6). Gesù stesso, una volta, lo contrappose a coloro che “stanno nei palazzi dei re” e che “vestono con abiti di lusso” (Mt 11,8). Lo stile di Giovanni Battista dovrebbe richiamare tutti i cristiani a scegliere la sobrietà come stile di vita, specialmente in preparazione alla festa del Natale, in cui il Signore – come direbbe san Paolo – “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9). Giovanni Paolo II, Santa Messa per gli studenti universitari in preparazione al Natale 16 dicembre 1982 Preparate la strada del Signore! Ci riuniamo oggi... entro le mura della Basilica di san Pietro, per aderire all’appello dell’Avvento. (...) La fede parla a noi con l’appello che un tempo era risuonato sulle labbra del profeta Isaia, e poi fu ripetuto da Giovanni Battista nella regione del Giordano: “Preparate la via al Signore, / raddrizzate i suoi sentieri! . . . / Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!” (Lc 3, 4.6). Alleluia, Alleluia, Alleluia. È possibile vedere la salvezza? Che cosa vuol dire la salvezza? Che cosa vuol dire essere salvato? Vuol dire: essere sottratto dal male, liberato da esso. (...) Resti viva nel cuore di ciascuno l’eco delle parole del profeta: “Preparate la via del Signore, / raddrizzate i suoi sentieri! . . . / Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”. Francesco, Angelus 28 novembre 2021 In Avvento, abituarci a dire, ad esempio: “Vieni, Signore Gesù”. Soltanto questo, ma dirlo: “Vieni, Signore Gesù”. Questo tempo di preparazione al Natale è bello: pensiamo al presepio, pensiamo al Natale, e diciamo dal cuore: “Vieni, Signore Gesù, vieni”. Ripetiamo questa preghiera lungo tutta la giornata, e l’animo resterà vigile! “Vieni, Signore Gesù”: è una preghiera che possiamo dire tre volte, tutti insieme. “Vieni, Signore Gesù”, “Vieni, Signore Gesù”, “Vieni, Signore Gesù”. E ora preghiamo la Madonna: lei, che ha atteso il Signore con cuore vigilante, ci accompagni nel cammino dell’Avvento.

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Ep. 350 - Papale papale - "Venerazione"

12/8/2024
Giovanni Paolo II, udienza generale 22 ottobre 1997 Il Concilio Vaticano II afferma che il culto della Beata Vergine, "quale sempre fu nella Chiesa, sebbene del tutto singolare, differisce essenzialmente dal culto di adorazione, prestato al Verbo incarnato come al Padre e allo Spirito Santo, e particolarmente lo promuove" (Lumen Gentium, 66). Con queste parole la Costituzione Lumen Gentium ribadisce le caratteristiche del culto mariano. La venerazione dei fedeli verso Maria, pur superiore al culto rivolto agli altri santi, è tuttavia inferiore al culto di adorazione riservato a Dio, dal quale differisce essenzialmente. Con il termine "adorazione" viene indicata la forma di culto che l'uomo rende a Dio, riconoscendolo Creatore e Signore dell'universo. (...) Il Concilio ricorda che la venerazione dei cristiani per la Vergine "singolarmente promuove" il culto prestato al Verbo incarnato, al Padre ed allo Spirito Santo. (...) Venerare la Madre di Dio significa affermare la divinità di Cristo. Giovanni XXIII, discorso presso il Santuario di Loreto 4 ottobre 1962 Motivi di pietà religiosa mossero Papi e personaggi illustri di ogni secolo a sostare in preghiera in questa Basilica di Loreto, che si estolle sul digradare dei colli Piceni verso il mare Adriatico. Animati da fervida fede in Dio e da venerazione verso la Madre di Gesù e nostra, essi vennero qui in pellegrinaggio, talora in tempi difficili e di gravi ansietà per la Chiesa. (...) L'atto di venerazione alla Madonna di Loreto, che compiamo oggi, Ci riporta col pensiero a 62 anni or sono, quando venimmo qui per la prima volta, di ritorno da Roma, dopo aver acquistato le Indulgenze del Giubileo indetto da Papa Leone. Era il 20 settembre del 1900. Alle ore due del pomeriggio, ricevuta la santa Comunione, potemmo effondere la Nostra anima in prolungata e commossa preghiera. Paolo VI, incoronazione dell’effigie della Madonna di Pompei 23 aprile 1965 Ricordi e pensieri sorgono nel Nostro spirito in così singolare circostanza, ma non ne faremo menzione nel breve momento concesso alla Nostra parola; solo avremo un cenno, che Ci sembra doveroso per riconoscenza e per ammirazione, alla memoria del Servo di Dio Bartolo Longo, a cui Pompei deve il suo Santuario, le opere che lo circondano e l’immenso alone di pietà mariana che ne rende famoso nella Chiesa e nel mondo il nome benedetto. Grande memoria, che ci svela arcani e materni disegni della Madonna e ci invita a un perenne risveglio di culto e di fiducia verso la Madre di Cristo. Né possiamo dimenticare il giorno lontano, nell’aprile del 1907, quando Noi fanciullo, con i Nostri piissimi Familiari, visitammo per la prima volta il Santuario di Pompei e pregammo davanti alla sacra Immagine, che ora abbiamo il gaudio di vedere e di venerare davanti a Noi. Francesco, atto di venerazione all’immacolata in Piazza di Spagna 8 dicembre 2013 Tu sei la Tutta Bella, o Maria! La Parola di Dio in Te si è fatta carne. Aiutaci a rimanere in ascolto attento della voce del Signore: il grido dei poveri non ci lasci mai indifferenti, la sofferenza dei malati e di chi è nel bisogno non ci trovi distratti, la solitudine degli anziani e la fragilità dei bambini ci commuovano, ogni vita umana sia da tutti noi sempre amata e venerata.

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Ep. 349 - Papale papale - "Invocazione"

12/7/2024
Francesco, Angelus 6 ottobre 2013 Oggi, il brano del Vangelo comincia così: «In quel tempo gli apostoli dissero al Signore: “Accresci in noi la fede!”» (Lc 17,5-6). Mi pare che tutti noi possiamo fare nostra questa invocazione. Anche noi come gli Apostoli diciamo al Signore Gesù: “Accresci in noi la fede!”. Sì, Signore, la nostra fede è piccola, la nostra fede è debole, fragile, ma te la offriamo così com’è, perché Tu la faccia crescere. Vi sembra bene ripetere tutti insieme questo: “Signore, accresci in noi la fede!”? Lo facciamo? Tutti: Signore, accresci in noi la fede! Signore, accresci in noi la fede! Signore, accresci in noi la fede! Ce la faccia crescere! Giovanni Paolo II, udienza generale 18 agosto 1999 L'invocazione “Liberaci dal male” o dal “maligno”, contenuta nel Padre Nostro, scandisce la nostra preghiera perché ci allontaniamo dal peccato e siamo liberi da ogni connivenza con il male. Essa ci richiama la lotta quotidiana, ma soprattutto ci ricorda il segreto per vincerla: la forza di Dio che si è manifestata e ci è offerta in Gesù (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2853). Il male morale provoca la sofferenza, la quale viene presentata, soprattutto nell’Antico Testamento, come castigo collegato a comportamenti in contrasto con la legge di Dio. D’altra parte, la Sacra Scrittura evidenzia che, dopo il peccato, si può chiedere a Dio la sua misericordia, cioè il perdono della colpa e la fine delle pene da essa provocate. Il ritorno sincero a Dio e la liberazione dal male sono due aspetti di un unico percorso. Così, ad esempio, Geremia esorta il popolo: ”Ritornate, figli traviati, io risanerò le vostre ribellioni” (Ger 3, 22). Nel Libro delle Lamentazioni si sottolinea la prospettiva del ritorno al Signore (cfr 5, 21) e l’esperienza della sua misericordia: “Le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la sua compassione; esse sono rinnovate ogni mattina, grande è la sua fedeltà” (3, 22; cfr v.32). Paolo VI, Angelus 19 febbraio 1978 Vedete tanti altri paesi. vicini e lontani tormentati da fermenti di nuove tensioni. Il momento è febbrile. Noi conserviamo la nostra fiducia nelle istituzioni umane create per la pace, l’equilibrio e la concordia nella vita internazionale. Ma qualche cosa di indomabile risveglia a quando a quando focolai di lotte che possono essere fatali per tanta gente pacifica e innocente. Osserviamo gli spiriti che soffiano oggi negli animi. Alcuni, pochi ma scatenati, bastano a produrre rovine e a generare spavento. Altri sono invasi da uno «spirito di vertigine», (Is. 19, 14) barcollano come ebbri fra ipotesi contrastanti. Dove sono gli spiriti umili e forti, che ascoltano la voce di Dio? Occorre che Dio ci aiuti. Occorre meritare almeno con umile e sincera invocazione qualche provvido intervento dell’imponderabile e salvifico aiuto di Dio. Cioè occorre pregare. Oremus! Ogni giorno pregate anche per tale scopo e non manchi mai l’invocazione e la devozione a Maria Santissima, la “Vergine fedele”, che si consacrò totalmente al mistero della Redenzione, nell’accettazione umile e ardente della volontà del Signore. Pio XII, radiomessaggio ai popoli del mondo intero 24 dicembre 1943 Animati da questa speranza, Noi con paterno affetto a voi, diletti figli e figlie, soprattutto a coloro, che soffrono in maniera particolarmente dolorosa i disagi e le pene della guerra e hanno bisogno dei divini conforti, e non ultimi a tutti quelli i quali, rispondono alla Nostra invocazione, aprono il cuore all'amore operoso e misericordioso, o, reggendo i destini dei popoli, sono bramosi di tranquillarli con l'olivo di pace, impartiamo, come pegno di abbondanti favori celesti, la Nostra Apostolica Benedizione.

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